Diana Blefari

In questi giorni ho cercato più volte di mettere giù qualche riga sul suicidio della neobrigatista Diana Blefari, ma invano, non riuscivo a mettere a fuoco il mio punto di vista.

Mi viene in soccorso e quindi riporto testualmente il quotidiano Avvenire, che il 3 Novembre in due editoriali (uno di Giuseppe Anzani e uno di Ferdinando Camon) riesce a sintetizzare perfettamente il mio pensiero, eccone i brani per me più significativi.

“Chi ha ucciso ha il diritto di essere condannato, e chi è condannato ha il diritto di espiare: se la disorganizzazione delle nostre carceri ha una responsabilità nel suicidio di Diana Blefari, allora le nostre carceri non sanno attuare il diritto all’espiazione, che è la ragione per la quale esistono”.
“Non è in primis un problema di sorveglianza ad impedire il gesto di morte, è il sapere il perchè della morte. La morte in carcere vuol dire che il sistema penitenziario sta fallendo, che invece di ricostruire la speranza sigilla la disperazione”.
“Ci vorrebbe forse un clima diverso, interno ed esterno alle carceri, che capisse cosa vuol dire la penitenza condivisa: quella che senza mentire sul delitto ripudiato, tiene accesa la fiammella della speranza e della riparazione mentre traversa il dolore. Senza la speranza, il dolore che genera morte è soltanto insensato”.

 

P.S Per consultare interamente gli articoli andare su www.avvenire.it, nella sezione “i pdf” si possono selezionare i numeri di avvenire in base alle date e sfogliarli elettronicamente in formato pdf.

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