Roberto Saviano

Tu lo guardi in faccia e ti spaventi, 30 anni, gli anni di mia moglie, uno sguardo talvolta triste, talvolta cattivo, lo sguardo di un animale in gabbia, ferito, che sa che non sarà mai più libero.

Il destino segnato da una scelta, quella di non voltare la faccia dall’altra parte, quella di essere suo malgrado considerato un simbolo della lotta alla camorra e per questo condannato a morte in un tribunale dove gli avvocati leggono le lettere dei boss.

Tu lo guardi e ti chiedi dove trovi il coraggio che tu non avresti mai avuto, forse avresti risposto come le persone l’altra sera ad Annozero o al massimo saresti emigrato, ma così lontano da scomparire per sempre.

Oggi deve affidare la sua vita alla televisione e alla notorietà che ancora, qualunque cosa dica, è in grado di suscitare, perchè nel momento stesso in cui calerà il silenzio su Roberto Saviano verrà eseguita la sua condanna a morte; nel momento in cui verrà lasciato solo, la sua vita sarà appesa ad un filo.

Questo Saviano lo sa. Lo sapevano Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e lo sa Antonio Ingroia.

Nel silenzio lo Stato muore.

Oggi Saviano è scortato perchè lo Stato non può permettersi un nuovo martire, non può permettersi il suo silenzio.

Mi chiedo che cosa pensi quando legge le scritte sui muri di Casal di Principe, o quando sente le interviste ai ragazzi per quelle strade e in quelle scuole;  interviste che lasciano sgomenti chi non vive quella realtà, perchè ti chiedi:” ma possibile che non capiscano, che non si ribellino?”.Come se fosse facile spogliarsi di tutto e votare la propria esistenza ad una causa, come se fosse facile mettere in gioco costantemente la propria vita.

Saviano è solo uno dei tanti, e forse neanche il più importante, tra quelli che ogni giorno cercano di aprirci gli occhi, che lavorano per far si che il mondo che consegneremo un giorno ai nostri figli sia migliore di quello in cui viviamo oggi.

Mi viene in mente Nicola Gratteri, sostituto procuratore distrettuale antimafia di Reggio Calabria, apparso il 25 Ottobre a “che tempo che fa”.

Io non lo conoscevo, non lo avevo mai visto.

Ha fatto un discorso chiaro, comprensibile, ha cercato di spiegarci cos’è la ‘ndrangheta e quale indotto è in grado di produrre, che cosa fa lo Stato per combattere le Mafie (poco purtroppo!) e quale regalo è stato lo “scudo fiscale”.

Vorrei solo che navigando su internet metteste questo nome su un qualunque motore di ricerca e guardaste le sue interviste, la dignità e la forza con cui questo magistrato, scampato già a due attentati, combatte la NOSTRA battaglia, non la sua, la NOSTRA.

Io non avrei mai il coraggio di fare queste scelte e non ho paura a dirlo, quello che nel mio piccolo posso fare è segnalare, segnalare, segnalare, sventolare la bandiera dal pennone di openjack, la nostra barca.

jack

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