La trattativa

Stamattina ho aperto la finestra, nel buio della notte qualche lampo di luce, di quelli che rischiarano per un momento soltanto, vorresti fosse più lungo, ma il buio persiste e il tuo grido di luce si fa ogni minuto più forte.

Parto da una frase del Presidente della Commissione Antimafia Beppe Pisanu:”esistono tre verità, una giudiziaria, una politica e una storica, delle quali bisogna sempre tenere conto”.

Delle tre quella storica è la più completa, perché utilizza tutti gli elementi a disposizione, anche quelli che magari per la verità giudiziaria non sono sufficienti ad una condanna e portano ad una insufficienza probatoria, ma quei fatti sono lì, in una qualunque sintesi devono essere considerati, la verità politica è una verità teorica, si basa sul principio aristotelico di azione e reazione, sempre.

Teniamo a mente questa divisione perché ci tornerà utile più avanti nella storia che mi accingo a raccontare, dove ieri, senza reazione alcuna, è stato inserito un tassello fondamentale.

Intervistato da Canale 5 il Procuratore di Caltanissetta Sergio Lari ha dichiarato che Paolo Borsellino fu informato il 28 Giugno 1992 dal direttore degli affari penali del Ministero della Giustizia, Liliana Ferraro, che il colonnello del Ros De Donno, aveva agganciato Vito Ciancimino, l’uomo che rappresentava da sempre il trait de union fra Cosa Nostra e il mondo politico, e stava cercando una via di uscita alla scia di sangue che era partita da Marzo con l’omicidio di Salvo Lima per arrivare al 23 Maggio, giorno della strage di Capaci.

In tutti questi anni il colonnello De Donno e il generale Mario Mori hanno dichiarato più volte che, effettivamente hanno incontrato Borsellino per un colloquio riservato il 25 Giugno 1992, ma avrebbero parlato solo di un’indagine riguardante un fascicolo sugli appalti pubblici, mai della “trattativa”.

Le dichiarazioni di Lari squarciano il buio e ci consegnano una nuova ricostruzione della morte del giudice Paolo Borsellino e del perché Cosa Nostra, ma non solo (probabilmente), decide di eliminare il simbolo dell’antimafia, 57 giorni dopo “l’attentatuni” in cui è morto Giovanni Falcone.

Cominciamo dal dopo 23 Maggio: le indagini sulla strage di Capaci vengono affidate alla Procura di Caltanissetta, Borsellino non viene mai ascoltato, pur dichiarando più volte pubblicamente che è a conoscenza di notizie importanti su quella strage. Comincia a riempire di appunti la famosa agenda rossa, quella che scomparirà dalla scena di Via D’Amelio e non verrà mai più ritrovata.

Andiamo con le date:

23 Maggio         1992                                    Strage di Capaci.

primi giorni di Giugno 1992             Aggancio fra il colonnello De Donno e Massimo Ciancimino su un aereo che va da Roma a Palermo.

25 Giugno 1992                                          De Donno, Mori e Borsellino si incontrano nella caserma Carini di Palermo in maniera riservata: il contenuto dell’incontro secondo i carabinieri riguarda esclusivamente un’indagine che Borsellino sta seguendo.         

28 Giugno 1992                                         De Donno riferisce alla Ferraro che ha agganciato Vito Ciancimino.

28 Giugno 1992                                         La Ferraro incontra Paolo Borsellino all’aereoporto di Fiumicino e gli riferisce della trattativa fra i Ros e don Vito Ciancimino.

19 Luglio 1992                                            Muore in Via D’Amelio, squarciato da un autobomba, il giudice Paolo Borsellino.      

Ci vorranno 18 anni e Gaspare Spatuzza per far tornare la memoria a molti esponenti politici dell’epoca e non solo, e per scoprire che i tre processi sulla morte di Paolo Borsellino sono da rifare, perché le indagini sono state palesemente depistate.

Perché è morto Paolo Borsellino?  

Vi faccio la ricostruzione più plausibile: dopo la morte di Salvo Lima (messaggio chiaro per la DC) e del giudice Giovanni Falcone (messaggio chiaro per le istituzioni), una parte dello Stato decide, tramite Vito Ciancimino, di trattare con Cosa Nostra per fermare la scia di sangue che attraversa Palermo.

Intanto, parallelamente, Paolo Borsellino porta avanti delle indagini “private”sulla strage di Capaci e viene a sapere della “trattativa” fra i Ros e Ciancimino.

Borsellino decide di incontrare in maniera informale De Donno e Mori e presumibilmente esprime tutto il suo dissenso per questa iniziativa e gli comunica che ne informerà l’opinione pubblica.

A questo punto diventa un ostacolo insormontabile alla “trattativa”, perché è un uomo che non è screditabile, parla spesso in occasioni pubbliche, è già un mito, è il simbolo dello Stato che resiste alla Mafia, è l’uomo (insieme al resto del pool di Palermo) del Maxiprocesso a Cosa Nostra, è l’uomo che ha inferto il colpo più duro alla Mafia nella storia di questo paese, dove nessuno vede, nessuno sente, nessuno parla.

Paolo Borsellino muore per quello che sa, per quello che rappresenta, perché è un ostacolo alla “trattativa”.

Questa ricostruzione non è una verità processuale, non ne ha i crismi, si avvia a diventare una verità storica, di quelle che, al pari di altre, oscurano la vita democratica di questo paese.

Lo Stato ha in qualche maniera venduto la vita del giudice Paolo Borsellino.

A questa, che è semplicemente una deduzione, lo Stato ha il dovere di dare una spiegazione.

Apro la finestra e il freddo pungente mi entra nelle ossa, ma il mio grido e quello di tutto l’equipaggio di Openjack si alza forte e ripete sempre la stessa domanda: DOV’E’ L’AGENDA ROSSA DI PAOLO BORSELLINO?

Jack

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